‘Non è un paese per vecchi’. O della meccanica delle azioni umane. Azioni certo più complesse di quelle del mammifero medio, ma ugualmente innescate da istinti dominanti. Un procedere cieco, comunque ingegnoso, ferite curate come zampe leccate (Bardem seduto nudo nel bagno è solo un corpo). Uno sguardo da molto in alto sull’ ‘umana storiella’, il silenzio musicale come estrema necessità del realismo. Anche se le mie preferenze vanno altrove devo ammettere che i Coen sono i registi più intelligenti in circolazione, e per intelligenti intendo manipolatori a freddo, Gran Maestri Del Subliminale, i più kubrickiani, per la stratificazione iperbolica dei livelli di lettura. Uno spettacolo per chi segue Storie e Personaggi, un’esperienza filosofica splendidamente non verbale per chi torna a vedere il film una seconda e poi una terza volta. E dove prima si rideva si insinua sempre l’inquietudine. La Tragédie Humaine, ruscellante nelle fonde piste dell’inconscio. ‘Non è un paese per vecchi’ è un film che ti chiede di esser visto ancora.

Non si dovrebbe più parlare di ‘arte sperimentale’. O l’arte riflette su se stessa, sulla propria identità e sulle proprie possibilità, o non ha più ragione di esistere. Siamo ormai divenuti troppo critici, per tollerare un’arte che non aggiunga ogni volta qualcosa a se stessa. Oggi OGNI artista deve possedere una teoria estetica, una filosofia precisa (e costantemente rinnovantesi), un’argentea impalcatura di idee a sostegno della propria esperienza creativa; l’arte non si fa col cuore… E’

Siamo alle prese con un’accelerazione vorticosa dei processi mentali. Un’affastellarsi di idee prossimo al delirio, finché il violento istinto apollineo non arriva a domare e plasmare. L’individuo gigantesco è davanti ai nostri occhi. Questa creatura per nulla innocente, dalla smorfia ebete, cuore di roccia fusa, ha la bocca spalancata. ‘Non esiste nessuna libertà che non sia assoluta’, pensa. E così, di fronte al Grande Ingranaggio, questa cosa è selvatica, e i crimini commessi solo forze che tracimano. Al fondo dell’essere non vedo azzurrità, ma questo mostro dalle zanne scoperte, questa cosa cieca. Il mondo ha approntato recinti per gli animali da fatica; la belva abita invece un grigio spiazzo vulcanico, e conosce solo la disperazione, il percorrere infinitamente e furiosamente la sua landa, Sisifo demonico e Kali filosofica, ma sempre aggressiva, tonitruante, cannibale. Su alture greche, rimpinzati di ciceone, gli iniziandi si affollano nell’orgia, lei al galoppo sulle textures verdi e aspre. Oggi, la bestia comanda durezza estrema per tutelare la propria posizione nell’ umano consorzio. I valori sono metallici, lividi, politi, quest’Io ha sviluppato nei secoli un’intelligenza prodigiosa. L’agile, sfavillante dominio della propria energia, la superbia dorata sottoposta a rigida educazione, la voce che spella, sfrega e sguscia, il doppio sesso in pletora: tutto lascia immaginare un’estasi imminente. Queste ricognizioni (che taluni definirebbero infernali) sono specchiamenti notturni, sonde lasciate navigare sottovoce. Questo non-luogo così acceso e presente, questo spazio o grotta o teatro che apriamo al moltiplicarsi degli esseri. La filosofia sarà scrittura d’azione, o non sarà.
‘E come entro in biblioteca vi ritrovo le donne. Ero stupito che fossero ancora alzate. C’era anche il cugino polacco. Tutti seduti per terra. Erano lì, stranamente immobili, tutti seduti per terra su dei cuscini. Stremati per la stanchezza, stavano lì, seduti sui cuscini, con i loro whisky, come irrigiditi dalla lunga veglia. Ad un tratto’ disse il principe ‘mi venne una gran voglia di iniziare una discussione con quelle persone. Erano tanti anni ormai, come ho già detto, che non avevo ascoltatori così attenti, ascoltatori così sinceri, esigenti, mi sembrava, ascoltatori tesi, capaci di discutere. Avevo l’idea che lì, in quella biblioteca, vi fossero effettivamente delle persone totalmente trasformate, non più degli orribili parenti, ma dei caratteri ricettivi, capaci di concepire dei pensieri, di svolgere dei pensieri, capaci di seguire il corso dei pensieri, capaci di discutere. Quella mattina’ disse Saurau ‘lo sforzo per noi era un piacere, mentre tutt’intorno la notte si dissolveva, da Oriente giungeva la luce del mattino e l’immane meccanismo dei grilli e delle rane si ritirava nel suolo, nella gola e nelle valli. Mentre albeggiava, non ci sembrava più di essere dei distruttori di nervi. Eravamo migliorati. In tutte le nostre fisionomie leggevo l’espressione pacata, benché sessualmente accattivante, dei nostri sentimenti, dei nostri stati d’animo e dei processi del nostro spirito. Quella mattina constatai che non siamo ancora completamente annientati’
T.Bernhard, 'Perturbamento'

L’inevitabile approdo della tensione apollinea (che ebbe inizio con l’iperstilizzazione delle forme egizie, scultura e scrittura dai contorni netti, rigidi, linee dure che non lasciano alcun accesso al caos) è la robotizzazione. L’apoteosi dell’ordine. Questo continuo inquadrare e governare le energie selvagge non è altro in realtà che una dittatura della Natura. E’ l’ossessione del controllo la tonalità emotiva dell’Homo Sapiens, animale speciale che, cito a memoria Bataille, si distingue per il suo dire ‘no’ agli istinti, per sottometterli e rielaborarli in forme più raffinate. Nell’epoca dell’ ‘impianto’ heideggeriano, dell’Occidente supertecnologizzato e pianificato, dell’arancia meccanica, l’ultima forma di libertà è una forma di libertà estrema, eminentemente masochistica, ma senza alcuna sfumatura dolorosa da martirio, più un patire eroico imposto da una volontà incoercibile. Farci sempre più simili a Natura, seguirla nel suo continuo mutare, nel suo scrosciare, nel suo travolgere, nel suo essere cieca senza essere malevola: è questo l’abbandono che la libertà prevede. Conquistarsi il lusso e il pericolo di essere imprevedibili, di essere pazzi, contro l’arrembante robotizzazione psicofisica dell’individuo. Di non essere catalogabili, né manipolabili. Banditi alla macchia. ‘Passare al bosco: - avvertiva Jünger - dietro questa espressione non si nasconde un idillio’. La libertà è uno stato di guerra perpetua, è l’impossibilità dell’integrazione, è aderire a quella forza (vulcano o geyser) che preme da dentro e che noi stessi più intimamente siamo.
Finisce sempre così. Hai bevuto vino, birra, rum, per ore e ore, un bicchiere attaccato all'altro, con l'ostinazione che si riserva solo agli amori fondamentali, e improvvisa la tua splendida filosofia sessuale erompe, delizia acustica dall'accattivante risvolto pornografico. Cerchi di dir loro che non può esistere la parola 'coito', o la parola 'penetrazione', ma solo lo sgargiante luna park erotico della tua mente in fiamme. Poi ci saranno i timori e tremori dell'hangover, ma appunto solo 'dopo'. L'alcool è così divino perché schiaccia nell'attimo, sottrae al tempo. E' con questa foga, questa fame non di 'eterno' ma di eterno presente, che solleviamo i bicchieri da queste parti. 'Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche, nude, strascicarsi per strade negre all'alba in cerca di una dose rabbiosa...' scrisse Ginsberg. Un classico, di sabato sera.
Vladimir Nabokov è uno dei grandi stilisti della letteratura universale. Si impegnò a conferire materialità all’immaginazione, ad incarnare i sogni. Le sue parole, corpi lucenti e pieni, godono di una lucida tridimensionalità. Con un potere espressivo pressoché illimitato e un’eleganza ineguagliabile, il grande russo del XX secolo ci ha lasciato storie di uomini cupi, dolenti e solipsistici. Al fondo della sua poetica sta l’idea di un’aristocrazia dello spirito; la bellezza ha un valore intenso, sensibile e supremo. Protetti da un’ironia che non sa indulgere, i suoi labirintici protagonisti celebrano questo culto: isolati, sprezzanti e intimamente deformi, i campioni nabokoviani sono l’élite che paga il prezzo di un’eccessiva squisitezza del gusto, vittime dell’ipertrofia di una funzione a scapito delle capacità di adeguamento (autistici assi degli scacchi, fanatici delle ninfette, scrittori crepuscolari). In Nabokov la superiorità spirituale si accompagna sempre ad una certa mostruosità, e il mestiere creativo è prerogativa di esseri particolari, spesso goffi e patetici. Nell’erotismo, motore di tantissime pagine, l’intelletto s’impone alla sensualità, trasformandola e riconducendola alle proprie categorie, sublimandola senza annullarla, portando il piacere in luoghi della mente dove è comunque il desiderio a decidere ed assoggettare. Libertà, gioco ed estasi: la forza di Nabokov è quella delle aspirazioni ulteriori, dell’istante che sfugge alle spire del tempo.
INLAND EMPIRE è stato l'evento filmico più importante del 2007. Diciamo più che altro che ci è piaciuto molto, che ci ha dato molto. In sala ci ha estenuato, ma poi ci siamo sentiti talmente ispirati, tanta acqua e sole sulle aiuole dei nostri pensieri. Voglio dire, la visione non è stata affatto 'piacevole', ma questo non deve più importarci. Gli ultimi capolavori che ho visto al cinema (vedi anche 'Death proof') sono film sproporzionati, massacranti, pieni di difetti, che ripudiano ogni levigante editing, che vogliono comunicare una e una sola precisa idea su ciò che il cinema è e sta diventando e deve diventare. Anche una notte insonne ci sfibra, ma alle cinque del mattino finalmente riusciamo ad infrangere la crisalide del concetto, e a padroneggiare l'espressione. Tutta l'arte è concettuale. E l'idea non è 'fredda' né 'astratta', è, detto in malagrazia, qualcosa di indistinto tra il fisico e il mentale, è più precisamente una sensazione. La sensazione è come un umore che ci impregna a livello spirituale, e aspetta ogni volta che troviamo le giuste, sole parole per descriverla. La grande novità semantica di INLAND EMPIRE (dell'intera filmografia di Lynch, di cui IE è il vertice) è l'uso filosoficamente inedito del montaggio, che non si accontenta di mettere perline in fila, ma apre continuamente nuove porte. Preoccuparsi di dove piazzare la telecamera può essere tutt'al più calligrafia. L'inconscio è diviso in infinite stanze, in cui improvvisamente irrompiamo. Viviamo in questi spazi angusti della (in)coscienza individuale, di cui le nostre abitazioni non sono altro che repliche. L'arte è il reportage di questo girare e perdersi e ammutolire nel non-luogo della mente, nell'inner landscape, è la testimonianza dell'errantato. INLAND EMPIRE sancisce la liberazione da ogni modo o regola narrativa, spalancando al cinema nella maniera sinora più radicale le porte del sogno e del delirio.

Il vampiro è creatura demonica dell’immaginario collettivo. Il più famoso è Dracula, protagonista dell’omonimo romanzo di Bram Stoker del 1897. Sappiamo dei suoi canini letali, dell’ampio mantello nero, del castello confitto nei remoti monti romeni, ma ci siamo mai chiesti cosa rappresenta, quale particolare situazione psicologica ombreggia? Emissario del Maligno, esercita potestà su creature laide come topi e pipistrelli; riposa in feretri colmi della fredda terra del suo paese, e il suo unico sostentamento è il sangue caldo di vittime umane. Condannato all’immortalità, vaga nel limbo degli spiriti senza pace. Il vampiro è l’anima intrappolata, la solitudine incessante, la disperazione che accetta la propria mostruosità. Il vampiro è ciascuno di noi quando ghermisce l’altro, quando per non cadere è disposto a travolgerlo. Vampirismo è volgersi al mondo con una pretesa, estorcere il nutrimento e la cura. Vampirizzare è anche sedurre, magnetizzare, espropriare l’altro con l’incanto e la manipolazione. Il vampiro ha fame, la sua brama è inestinguibile e lo perseguita. Il Sangue è la Droga, l’Alcool, il Sesso, qualunque cosa riesca ad asservirci. Personaggio modernissimo, il vampiro affolla l’arte del secolo appena trascorso, protagonista di centinaia di libri e film, pioniere di un’epoca in cui ogni legame e attaccamento si distilla nella misura singola della dose.
“Col progresso della civiltà e con la nostra migliore organizzazione, gli spiriti eletti di ogni epoca, ossia gli spiriti colti e gli spiriti critici, si interesseranno sempre meno alla vita vera, e cercheranno di derivare le loro impressioni quasi esclusivamente da quanto l’arte ha toccato, perché la vita è tremendamente difettosa nella forma. Le sue catastrofi avvengono nel modo sbagliato e alle persone sbagliate. C’è un orrore grottesco nelle sue commedie, e le sue tragedie sembrano culminare nella farsa. Ad avvicinarla si rimane sempre feriti. Le cose durano troppo, o troppo poco”
Oscar Wilde, 'Il critico come artista'

'La vita è nella propria essenza un eccesso, è la prodigalità della vita. Essa consuma le proprie forze e risorse, senza limiti; e senza limiti annienta ciò che ha creato. In questo movimento la moltitudine degli esseri viventi è passiva. Al limite, tuttavia, noi vogliamo risolutamente ciò che mette in pericolo la nostra vita. Non sempre abbiamo la forza di volerlo, le nostre risorse si esauriscono, e talvolta il desiderio è impotente. Se il pericolo si fa troppo grave, se la morte è inevitabile, per principio il desiderio è inibito. Ma se la possibilità si presenta, l’oggetto che desideriamo più ardentemente è quello più suscettibile di trascinarci in folli dissipazioni e rovinarci. I diversi individui subiscono in misura diversa grandi perdite di energia e di denaro – o gravi minacce di morte. Nella misura in cui possono farlo (è un problema – quantitativo – di forza), gli uomini ricercano le maggiori perdite e i maggiori pericoli. Siamo facilmente indotti a credere il contrario, giacché gli uomini nella maggior parte dei casi sono deboli. Ma se avranno forza bastante, immediatamente vorranno rovinarsi. Chiunque ne abbia la forza e i mezzi, si abbandona a dissipazioni continue e si espone incessantemente al pericolo'
G.Bataille, 'L'erotismo'